Critica storica

 

 

EVOLA RACCONTATO DA VOLT

Del ventenne Evola, futurista e poi dadaista, si hanno pochissime informazioni dirette, vale a dire dell'epoca (alcune noterelle pungenti su Cronache d'attualità, oppure la sua trasfigurazione letteraria in Amo dunque sono di Sibilla Aleramo, Mondadori, 1927) e in seguito pochi ricordi di contemporanei (ad esempio in Testimonianze su Evola, Ed. Mediterranee, 1973 e 1985), sicché dobbiamo ringraziare la professoressa Simona Cigliana, autrice di un fondamentale Futurismo esoterico (Liguori, 2002) di aver indicato una traccia in base alla quale abbiamo ritrovato un curioso documento che qui pubblichiamo.
Nel suo saggio L'immateriale nell'avanguardia, compreso nel monumentale Il futurismo nelle avanguardia (Edizioni Ponte Sisto, 2010, Via di Monserrato 109, 00186 Roma, 06-6832623, info@pontesisto.it) che riunisce i quaranta interventi del convegno internazionale svoltosi al Palazzo Reale di Milano il 4-6 febbraio 2010, viene citato un testo sinora trascurato se non ignoto: il racconto di Vincenzo Fani (il futurista Volt) intitolato Le parole che uccidono e pubblicato nel settimanale Roma futurista n.71 dell'11 aprile 1920, qui di seguito sia trascritto, sia riprodotto in versione pdf come nell'originale.
Che cosa ha di speciale o importante questa storia? In essa si parla del milieu “occulto” del futurismo romano tra il serio e il faceto, la descrizione e la satira, tratteggiando alcuni dei suoi rappresentanti: da Arnaldo Ginna (“Arnaldaz” nella storia), a Giacomo Balla, Marinetti, Depero, Russolo, Cangiullo e infine Julius Evola, appunto.

J. Evola - Foto di A. Giulio Bragaglia

Arnaldo Ginna e suo fratello Bruno Corra erano seguaci di Rudolf Steiner, quindi dell'antroposofia. In questa avventura, capitatagli a Roma mentre era in convalescenza (era in effetti malato di tubercolosi), Volt racconta del pittore “Arnaldaz” che teorizza l' “energia astrale” alla base di genio e follia e auspica che “la magia divenga scienza”. E' autore, scrive Volt, di La scienza dell'avvenire che in realtà Ginna non scrisse mai, mentre lo fu effettivamente di una importantissima Pittura dell'avvenire (1915). Al suo servizio assume un tipografo disoccupato di nome Ettore Lo Biunfo che ha la caratteristica di autosuggestionarsi di fronte alla composizione e/o al suono di certe parole, al punto che alla fine muore per aver letto un testo di… Bruno Corra! In questo il racconto assomiglia a La morte viola di Gustav Meyrink, apparso anni prima sul Simplicissimus, anch'esso imperniato su una parola che provoca il decesso di chi la pronuncia. Entrambi, pur se scritti in tono satirico e con conclusione tragica, si basano sul concetto magico del “potere della parola” portato alle estreme conseguenze.
In un momento del racconto di Volt, nello studio di Balla a Porta Pinciana, compare il giovane Julius Evola e “il suo nuovo complesso plastico meccanico intitolato ‘Siluro in azione'”. Lo scrittore non specifica altro: a noi rimangono il dubbio e la curiosità di sapere di cosa esattamente si tratti, e se il giovane Evola a quell'epoca si sia impegnato oltre che a dipingere anche a realizzare questo tipo di sculture plastico-meccaniche tipicamente futuriste, di cui non sappiamo nulla e di cui nessuna traccia è rimasta, oppure se Volt si sia inventato tutto. Però nel racconto, come detto, fatti, libri e persone vere, si mescolano a cose d'invenzione, quindi un dubbio rimane. Si trattasse di un riferimento reale, potremmo aggiungere un tassello all'attività artistica evoliana di quegli anni. Il titolo del manufatto sarà vero o è una parodia? Evola ne avrà realizzati altri e qual è stato il loro destino? Oppure è tutta una presa in giro degli amici dell'autore?
Come spesso accade, il caso ha voluto che quasi contemporaneamente al ritrovamento di questo racconto su Roma futurista, sia stata rintracciata in Rete, grazie alla segnalazione dell'amico Ferrari di Catania, una foto di Julius Evola, sinora ignota, e che si riferisce proprio allo stesso periodo artistico, e quindi ben si adatta come accompagnamento di questo testo. La eseguì Anton Giulio Bragaglia, fra i futuristi il più attento alla fotografia e al cinema.
Il conte Vincenzo Fani Ciotti (Viterbo, 23 maggio 1888), si firmò inizialmente Vincenzo Fani, e poi Volt dopo la pubblicazione del volumetto di “parole in libertà e sintesi teatrali” Archi voltaici (Edizioni futuriste di “Poesia”, 1916), libro vero citato in questo racconto. Si avviò alla carriera diplomatica, ma dovette rinunciare perché affetto da una tubercolosi che lo porterà ad una prematura morte men che quarantenne a Bressanone il 22 luglio 1927. Futurista, elaborò due singolari manifesti, il Manifesto della moda femminile futurista e La casa futurista, entrambi pubblicati nel 1920, ma redatti in precedenza. Si occupò attivamente anche di sociologia e di politica e collaborò a riviste come Gerarchia e Critica fascista e a quotidiani come Il popolo d'Italia e L'Impero. Il conte Fani Ciotti si può ascrivere, come scrisse nel 1930 A. A. Monti, ad un “fascismo di destra” monarchico, gerarchico e imperiale, e infatti aveva pubblicato un Programma della Destra fascista (La Voce, 1924). Postuma apparirà la raccolta di articoli Dal Partito allo Stato (Gatti Editore, 1930).
Volt è però anche autore originalissimo e anticipatore con un romanzo di fantascienza futurista: La fine del mondo (Modernissima, 1921), la cui dedica è: “A Benito Mussolini offro questa visione sanguigna”, ma che più esattamente dovrebbe essere definito futurfascista: in esso, infatti, vengono esposte in forma narrativa molte idee politiche di cui il conte, come la “destra fascista”, era propugnatore. Il romanzo è stato riedito, a mia cura, da Vallecchi nel 2003, con una notevole messe di documentazione per chi fosse interessato ad approfondire il personaggio e le sue posizioni: in appendice vari articoli e manifesti che fanno da base alla “ideologia” di questo singolare e dimenticato romanzo di protofantascienza italiana.

Gianfranco de Turris


L'articolo originale

[L'articolo è stato ridigitato, correggendo i numerosi errori di stampa ed aggiungendo alcune parole mancanti per dare senso compiuto alla frase. E' stata invece mantenuta, nei limiti del possibile, l'impostazione tipografica, in quanto espressione dello stile "futurista" dell'autore.]

Le parole che uccidono

di Vincenzo Fani (Volt futurista)

A Roma, quando ero convalescente, ero entrato nel numero di quegli sfaccendati che consumano delle mezze giornate, oziando, su lo spiazzale assolato del Pincio. Arrivavo là verso le due del pomeriggio.
Mia prima cura era quella di scegliermi un buon posto. Questa scelta implicava vari requisiti. In primo luogo, occorreva che io mi sedessi con la testa all’ombra e il corpo interamente al sole. Mettevo quindi la sedia entro il tronco di un albero, dietro un’erma o sotto un palo della luce elettrica. Ma perché io restassi a lungo seduto, bisognava anche che nel raggio di qualche metro si trovasse assisa una qualche signorina, una governante o una giovane mamma piacevole a rimirarsi.
E siccome le donnine hanno l’abitudine di cambiare di posto ogni tanto ed il sole si muove, spostando naturalmente l’ombra, così accadeva che io pure dovessi cambiar sede di frequente. Ciò serviva ad ingannare la monotonia delle ore. Ma un giorno non fu il sole, né una donna ad attirare la mia attenzione o a farmi uscire dalla immobilità. Ricordo che era un pomeriggio umido e piovoso. Il Pincio era quasi deserto. Io sedevo da mezz’ora, sotto il palco della banda municipale.
Fra le mie mani, avevo l’ultimo romanzo di Luciano Folgore “Avventure di una tenia” ma non avevo voglia di leggere. Annoiato, pensavo già di andarmene, quand’ecco, dietro a me schttz!... un getto d’acqua, lo schizzo di una valvola o un gatto che soffia? Mi voltai. Niente. Unica persona vivente, su di un banco dietro a me, un individuo dall’abito dimesso, un operaio certo, leggeva una rivista illustrata che mi parve essere l’Ardita. Non poteva essere lui ad emettere quel suono. Ripresi la posizione di prima e tentai di leggere le “Avventure di una tenia”. Di lì a cinque minuti  sentii scandire dietro di me con voce bassa ma distinta, queste sillabe misteriose: “To be or no to be”. Io so l’inglese. Ma siccome il lettore della rivista (perché era lui) pronunciava il dilemma di Amleto all’italiana, sulle prime non capii.
Osservai attentamente l’uomo dall’abito dimesso. Ripeté la frase due o tre volte, religiosamente, con l’accento del sacerdote che pronunzia le parole consacrate al momento della elevazione.
A un tratto schttz! Storse la bocca, contraendo convulsamente tutti i muscoli del volto. La sua gamba accavallata scattò, come gli avessero percorso la rotella del ginocchio.
Il braccio destro si tese ad un tratto, facendo ruzzolare la rivista “Ardita” sulla ghiaia.
Mi precipitai al suo soccorso. Ma prima che avessi potuto fare un passo, aveva già raccolto il fascicolo e si era rimesso a leggere, seduto, come se nulla fosse. Mi accontentai di accostare un poco la sedia al suo banco. Aspettai qualche minuto, osservandolo.
Pareva che leggesse con un certo sforzo. Ogni tanto corrugava le ciglia e muoveva le labbra, come per sillabare una parola difficile. A un certo punto lo sentii bisbigliare la parola francese “trompier”. Pronunziava tröúpier. Ripeté la stessa parola con enfasi. Poi schttz! tutta la sua persona si scrollò.
Ma questa volta la rivista gli rimase tra le mani contratte, che la sgualcirono.
E si rimise a leggere.
Evidentemente quel tic nervoso era in relazione con certe parole che lo impressionavano nella lettura. Il caso mi interessava. Mi alzai per accostare ancora  più la sedia, quando mi sentii una mano sulla spalla.
“Che fai qui, bighellone!”.
Era l’amico Aldarnaz, pittore ed occultista, che attraversava tutti i giorni il Pincio per recarsi dall’“Hotêl Flora” al suo studio di via Margutta.
Gli indicai il lettore seduto.
“Guarda – dissi – qui c’è roba per te”.
Osservammo tutti e due lo strano tipo in silenzio. La sua fisionomia emaciata non aveva nulla di anormale.
Ho già detto che era vestito dimessamente. Aveva in testa un berretto da ciclista. Portava un paio di pantaloni blu con una giacchetta marrone chiaro.
Scarpe di colore e forma indefinita. Arnaldaz senza parlare mi accennò le asole dei suoi polsini. Erano legate con dello spago.
Passarono ancora dieci minuti. Alfine le labbra del lettore si mossero.
La parola “semàforo” fu pronunziata allora con una sorta di venerazione. Ma il tic non venne. Si contentò di storcere metà della faccia. Le sue mani, contraendosi, sgualcirono ancor più la povera rivista spiegazzata.
Rimasi un po’ mortificato.
Funzionava meglio prima che tu arrivassi” mormorai. Ma ad Arnaldaz quel poco che aveva visto, bastava.
“Interessantissimo!” esclamò.
E si sedette senz’altro sul banco, a sinistra del lettore. Io mi sedetti a sinistra.
Non parve nemmeno accorgersi della nostra presenza. Arnaldaz tossì, sputò, si soffiò il naso. Poi disse forte: “Vuol piovere” ed io: “Governo ladro!”
Lo sconosciuto questa volta alzò gli occhi dalla rivista.
“Può darsi” disse con aria di commiserazione. Ciò bastò perché Arnaldaz si ritenesse autorizzato a passargli la sua carta da visita. Lo sconosciuto fece altrettanto con entrambi noi.
Lessi: Ettore Lo Biunfo, calabrese.
“Ma i miei colleghi – aggiunse a mo’ di spiegazione – mi chiamano più semplicemente «er Biunfo»”
Era tipografo, disoccupato. Lo avevano riformato per attacchi di epilessia. Aveva fatto anche il cameriere. Esibì vari certificati di ben servito.
“L’onestà è il mio forte” concluse.
Arnaldaz gli propose senz’altro di passare al suo servizio. Si trattava di scopare lo studio, fare delle commissioni e posare, all’occorrenza, da modello.
Non fece difficoltà.
“Accetto – disse – in via di esperimento”.
Gli demmo appuntamento per domani alle 6 pom. allo studio di via Margutta.

*********

Per entrare nello studio di Arnaldaz, pittore ed occultista, occorreva scendere una ventina di gradini. Era un sotterraneo che prendeva luce dall’alto, per mezzo di un lucernario. A questo punto mi sento in dovere di aprire una parentesi.
Una leggenda malevola si è formata sul conto delle nostre riunioni nello studio di via Margutta.
Si favoleggiò che noi fossimo in diretta comunione con gli spiriti della terra, mediante riti osceni e sacrileghi.
Ci accusarono di perpetrare operazioni di magia nera, evocazioni di vampiri ed altre simili sciocchezze poco amene ed illecite.
Niente di tutto ciò.
In quello studio non celebrammo che i riti austeri della scienza, alternandoli con le esperimentazioni della pittura astratta.
Sia detto una volta per tutte. Domandatelo, se non ci credete, a Bino Saminiatelli!
Chiudo la parentesi.

*********

Er biunfo disimpegnò le sue nuove mansioni con zelo e scrupolosa esattezza.
“Puoi andartene” gli disse Arnaldaz, quando egli ebbe disbrigata ogni faccenda. Ma il Biunfo non si muoveva, esitante.
Ci accorgemmo che fissava uno sguardo avido sullo scaffale di libri sospeso a una parete dello studio.
“Se vuoi leggere – gli disse Aldarnaz – i libri sono a tua disposizione”.
Ringraziò. “Io distinguevo, aggiunse, la casa editrice di un libro senza bisogno di leggerne il frontespizio. Questa, per esempio è una edizione di Lipsia: «Teubner»”.
Verificammo. Era il “Satyricon” di Petronio Arbitro, edito da Teubner.
Con nostra grande meraviglia, egli si mise tranquillamente a leggerlo.
“Sai il latino?” gli chiesi.
“No, ma mi diverto lo stesso”.
Seguitammo ad osservarlo con la coda dell’occhio.
Ogni tanto, muoveva le labbra, impercettibilmente, come per compitare.
A un certo punto lo sentimmo pronunciare, con espressione di vivo compiacimento, l’avverbio “magnopere”. Un piccolo brivido voluttuoso lo aveva fatto trasalire.
“Certe parole, osservò Arnaldaz, lo colpiscono, indipendentemente dal loro significato
Ricordai il troupier e il to be or no to be del giorno innanzi.
Volli variare l’esperimento.
“Che edizione è questa?” gli dissi, mettendogli fra le mani un enorme volume.
Rispose senza esitare: “Barbera”.
Era il vocabolario della lingua italiana del Rigutini.
“Leggi” gli dissi.
Ma dopo un minuto egli mise da parte il volume.
“Non mi interessa” affermò. E tirò fuori dallo scaffale un Atlante di geografia.
Arnaldaz interloquì. “Una successione di parole slegate non colpisce la sua fantasia. Perché una parola lo interessi, occorre che essa faccia parte di un tutto organico, come il periodo grammaticale. Ma la sintassi non è il solo vincolo atto ad organizzare un dato numero di parole. Queste possono ordinarsi anche in un sistema, per così dire, topografico: per esempio in una carta geografica”. “O in una tavola parolibera”, aggiunsi. E andai a pormi dietro al lettore. Con l’indice della mano gli indicai la città di Pernambuco, nell’America. La parola non gli fece la minima impressione. Voltò pagina due o tre volte. Arrivato alla carta dell’Africa, i suoi occhi si illuminarono.
Pronunziò la parola Fezzan rumorosamente, come uno starnuto. La ripeté due o tre volte con violenza crescente. Poi cominciò a tremare, agitandosi convulsivamente. Attendevo il tic epilettico del giorno innanzi, ma non venne.
Fu la parola Zungaria, nella carta dell’Asia, che lo ubriacò. Ripeteva Zungaria! Zungaria! Come un urrà di guerra, avventando la testa e la spalla da un lato, come un toro infuriato contro un invisibile drappo rosso.
Cominciò a correre qua e là per lo studio, con visibile preoccupazione di Arnaldaz. Alla fine si lasciò cadere sul divano, si irrigidì tutto come una sbarra di ferro e ssccchttz! per tre volte di seguito sobbalzò, come al passaggio di una corrente elettrica. Un lieve filo di bava gli sortiva dalla bocca. Gli accostai alle labbra un bicchier di acqua fresca. Per quel giorno credemmo opportuno di sospendere la seduta.
Il giorno seguente lo facemmo posare… Arnaldaz lavorava allora al suo grande quadro “Il morto di fame” che tanto chiasso ha suscitato all’ultima esposizione di Melburne. Il modello giaceva a terra, nudo, su di un tappeto.
Bruscamente Arnaldaz voltandosi e fissandolo intensamente negli occhi, lo interpellò:
“Perché ti chiamano Biunfo?”
Egli contrasse tutti i muscoli della faccia in una smorfia che gli scoperse i denti fino alle gengive, e rispose di un fiato:
“Perché so andare bene in bicicletta”.
Io cascavo dalle nuvole.
“Ho voluto, mi spiegò Arnaldaz – fare un piccolo esperimento. Come abbiamo potuto constatare nella seduta di ieri, in questo individuo il meccanismo associativo delle idee funziona in maniera anormale. Ordinariamente, questa anormalità si manifesta solo all’occasione della lettura di certe parole, che, senza una ragione plausibile, provocano in lui accessi di emozione intensa. Fuori di questa circostanza, egli sembra un uomo normale. La sua conversazione non eccede dai limiti del senso comune. Se oggi, invece, egli mi ha dato una risposta evidentemente pazzesca, poiché nessun legame apparisce fra il sopranome Biunfo e la bicicletta, ciò deriva dal fatto che io l’ho interrogato, prima che egli avesse tempo di preparare una risposta ragionata.
La mia brusca interrogazione è stata come un colpo di sonda, che ha toccato il fondo della sua vera anima.
Poiché ogni uomo ha due anime. Una, l’anima profonda, che con tutta probabilità preesiste alla nascita dell’uomo.
L’altra è un’anima fittizia, creata dal contatto quotidiano con l’ambiente, che obbedisce alle regole del senso comune. L’anima profonda è alogica.
Nell’uomo normale, essa non si rivela che in circostanze del tutto straordinarie. Molto più frequentemente, essa affiora in superficie nei bambini, nel genio e nei pazzi. E l’abilità dello psicologo consiste nel saperne provocare artificialmente una rivelazione. Poco fa, tu ne hai avuto un esempio”.
L’ingegnosa spiegazione dell’amico, non mi aveva persuaso che a metà. Volli tentare l’esperienza per mio conto. Mentre il modello, già quasi completamente vestito, stava infilandosi la manica della giacca, gli chiesi d’improvviso:
“Biunfo, ti piacciono le donne?”
Mi guardò con aria di sospetto e poi, infilatasi la giacca, si fece lentamente il segno della croce. Io insistetti: “Rispondi”. Mi rispose con un tono che non ammetteva replica: “L’aria è di tutti”. E mi piantò in asso.
Credetti giunto il momento di iniziarlo ai misteri delle parole in libertà. Ero curioso di vedere l’effetto che le nuove combinazioni del linguaggio scritto potevano produrre su quella paradossale sensibilità.
Gli posi dunque sott’occhio, col pretesto di fargliene apprezzare le innovazioni tipografiche, il mio volume di parole in libertà: Archi Voltaici.
Ne fu entusiasta.
Le onomatopee soprattutto, lo mandavano in visibilio. Senza afferrarne probabilmente il significato astratto, ne esprimeva però il valore fonico, come il più esperto dei dicitori. Ed accompagnava la musica col gesto. L’onomatopea tirliz bliz triz, per esempio, in cui io ho voluto rendere insieme lo scoppiettio e lo scintillio di un circuito elettrico, egli la pronunziava con una complicatissima mimica dei muscoli facciali, muovendo le labbra a mascella chiusa, e facendo sprizzare la saliva con la lingua attraverso i denti serrati. Ebbi allora l’idea di fargli imparare a memoria la “Maria futuristica” di Marinetti, che comincia:
“irò irò irò pic pac
irò irò irò pic pac”
Non l’avessi mai fatto! Giunto alla esplosione fonica culminante:
Zang. tum tum! Zang. Tum tum! nessuno lo tenne più. Urlava Zang. tum tum! a pieni polmoni, stravolgendo gli occhi e sparando calci e pugni in tutte le direzioni.
“Calmati Biunfo!” gli dicevo invano.
Arnaldaz rideva a crepapelle, turandosi le orecchie.
Si udì bussare la porta. Era la portiera di casa, spaventatissima:
“Madonna santa! Chi se scanna?”
La rassicurammo, congedandola. Se ne andò brontolando: “Manicomio!”
Allora Arnaldaz si avanzò verso il maniaco con le due braccia tese e lo sguardo estatico. Gli faceva i “passi” per magnetizzarlo. L’effetto fu sorprendente. Dopo due o tre minuti, le urla del Biunfo si smorzarono. Cominciò a sbadigliare, a fregarsi gli occhi, barcollando come ebbro. Alfine si lascò cadere su di un divano, ai piedi del mosaico rappresentante la nona sinfonia di Beethoven e si addormentò di un sonno profondissimo.
La mattina dopo attraversavamo piazza di Spagna, quando mi accorsi che il Biunfo adocchiava con occhio non del tutto casto una modistina che ci precedeva portando al braccio una cappelliera più grande di lei.
“Guarda, guarda!” pensai, “e poi si fa il segno della croce…”
Il nostro passo d'uomo raggiunse ben tosto i passi corti e saltellanti della modista. Vidi allora il mio compagno chinarsi sull'orecchio della ragazza, come per sussurrarle una parolina dolce: se non ché, scoppiò fuori uno Zang tum tum! così formidabile, che la poverina cacciò un urlo e, lasciato cadere lo scatolone, si diede a una fuga precipitosa. La folla si radunò, un pizzardone voleva farci la contravvenzione. Ci volle del bello e del buono, per persuaderlo che si trattava di un povero squilibrato.
“Biunfo” gli dissi, quando fummo a casa, “se vuoi uscire con me, devi promettermi di fare più simili stramberie”.
Mi rispose con lo scatto secco di una recluta che annuisce all'ordine del superiore gerarchico:
“Stridionlà” e girò sui tacchi.
Cercai di dissuadere Arnaldaz da farsi vedere per la strada con il suo buffo lacchè. Ma ché! Tutto infervorato dalla sua mania di esperienze psichiatriche, egli non voleva saperne di separarsi dal Biunfo. Ma un giorno gli capitò male.
Eravamo tutti e tre dall'ottico Sbisà , al Corso, per causa di certe negative da sviluppare. A un certo punto un commesso del negozio, fiorentino puro sangue, lasciò sfuggirsi, non so a che proposito, un energico:
“Dio anastigmatico!”
“Schttz!” Un terribile calcio allo stinco mi fece vedere le stelle. Il Biunfo era entrato in azione. Con una sprangata del braccio fece ruzzolare un binocolo Zeiss fra le caviglie di una cocotte che passava in quel momento dinanzi alla porta del negozio, sul marciapiede.
La donna colse la palla al balzo e si lasciò svenire fra le braccia di un passante. Cento paini bloccarono il negozio dell'ottico Sbisà. Un burlone gridò: “Al fuoco!” Ma Arnaldaz non si scompose per così poco.
Pagò il conto, raccolse da terra i cocci del binocolo intraprendente e si fece largo tra la folla.
“Non ogni male viene per nuocere” mi disse.
“Ho perduto un centinaio di lire, ma non inutilmente. Ho adesso la prova che le parole colpiscono il nostro soggetto anche per via auditiva ”.
Arrivati all'angolo di via Condotti, incrociammo il camion dei pompieri, che si precipitava strombazzando verso il negozio dell'ottico Sbisà.

********

Una vera tragedia fu quella che accadde una settimana dopo fuori di Porta Pinciana, nello studio del pittore Balla.
Era un tiepido pomeriggio primaverile.
Io e Arnaldaz ci avviammo seguiti dal Biunfo, che portava sotto il braccio una tela dell'amico.
Arrivati nello studio trovammo il futurista Evola che spiegava a Balla il funzionamento di un suo nuovo complesso plastico meccanico, intitolato “Siluro in azione”.
Il sole entrava nell'ampia sala, accecandoci coi riflessi dei quadri rossi, blù, arancione. L'aura primaverile faceva danzare gli assieme plastici di cartone variegato, sospesi a un filo tirato da una parete all'altra, in alto.
Notai subito che il Biunfo entrava in uno stato di effervescenza. Quelle forme bizzarre, quelle tinte vivaci lo eccitavano. Girava qua e là, fiutando l'ignoto , come un bracco che annusa fra le spighe l'invisibile quaglia.
Poco rassicurato, stavo per consigliarlo di scendere a visitare i pesci della Regia Stazione di Pescicoltura, che ha sede nel pian terreno, quando fui distratto dall'entrata del geniale burattinaio Depero accompagnato da Giorgio Clavel.
Depero portava in braccio una grossa marionetta di legno dipinto, chiamata “La ballerina gravida”.
La sua creatura lo riempiva di un paterno entusiasmo. “Guarda Balla” diceva, puntando l'indice sul ventre cubico della ballerina in legno – “qui c'è un mondo!”
Evola si permise allora di osservare, con una lieve smorfia, che “c'era troppo realismo”. Giorgio Clavel scattò.
“Ma che realismo! E' enorme, ti dico!
Semplicemente eno… ahi!”
Sulla sua parte posteriore il siluro plastico di Evola era venuto a battere con estrema violenza.
In quella sentii portarmi via la paglietta nuova da uno dei complessi plastici di Balla, sospesi in alto. Tutta la cordata rovinò. Giacomo Balla mandò un “perbaccolina!” straziante. Era il Biunfo, impossessato dal diavolo, che imperversava, la schiuma alle labbra, gli occhi fuori delle orbite, sparando calci e pugni in tutte le direzioni. Un pandemonio.
Strappò con un morso il cuore di legno a una Marchesa Casati plastica in cartone, sfondò un paravento, calpestò un paralume, smontò il siluro di Evola, fece svolazzare i complessi plastici come galline spaurite per l'aia e finì per abbattersi sopra il “Lutto di una vedova sul mare” quadro a olio, rimanendovi preso colla testa in un buco della tela, come in una tagliola.
Clavel, Depero ed Evola si erano squagliati col pretesto di andare a cercare il medico.
Balla, fuori di sé, investi l'amico Arnaldaz incolpandolo dell'accaduto.
Forte della sua innocenza, Arnaldaz gli rispose per le rime. Si separarono freddamente. Da quel giorno si guardano in cagnesco.
Per istrada, feci del mio meglio rinnovando le mie più calorose esortazioni affinché [Arnaldaz si separasse dal] pericoloso compare. Non ci fu verso.
“Proprio ora che sono sul più bello!”, rispondeva, “separarmi dal mio soggetto? mai più”
“Ma, infine, quale è il tuo intendimento?”
“Ettore lo Biunfo è una prova evidente della teoria lombrosiana che identifica genio e pazzia. Il pazzo è un genio rientrato. Manca al pazzo il potere della creazione, ma la sua sensibilità è pari a quella del genio. Considera l'esemplare che hai sotto i tuoi occhi. Quei misteriosi accordi della natura, che sfuggono alla ottusa sensibilità dell'uomo comune, quei misteriosi accordi grafici e fonici che al genio di Russolo hanno ispirato “L'arte dei Rumori”, a Marinetti le parole in libertà, a Cangiullo l'alfabeto a sorpresa – questi stessi accordi, facendo vibrare i nervi malati del povero Lo Biunfo, non riescono a provocare in lui che una serie di suoni incoerenti e di azioni pazzesche”.
“Va bene” – obiettai – “ma adesso che sei pervenuto a una tale constatazione, mi sembra che potresti fare a meno di ulteriori esperienze”.
“Ma che!” incalzò Arnaldaz accalorandosi. “Non sono che al principio. Lombroso non ha fatto che stabilire una analogia empirica. Si tratta ora di risalire alle origini del fenomeno.
Genio e pazzia rampollano da una sola fonte.
Ma quale?”
“Mistero insolubile!”
“Non esiste mistero che non sia possibile svelare. Vi è una forza al mondo, che la scienza ufficiale si ostina a misconoscere, una energia misteriosa e formidabile, di cui la luce, l'elettricità, il magnetismo animale e le passioni umane non sono che secondarie manifestazioni: una energia che fino ad oggi è stata monopolio esclusivo dei taumaturghi e delle fattucchiere: l'energia astrale. Essa alimenta la pazzia e il genio. Coloro che la maneggiarono furono chiamati finora maghi, santi o impostori. Ma è tempo che la magia diventi una scienza. A questo scopo io ho dedicato i miei studi, la mia vita.
La forza astrale deve divenire maneggiabile dall'uomo, a mezzo di congegni, come il vapore e l'elettricità.
Il segreto di cui si circondano gli occultisti è ridicolo. Non mi nascondo a' pericoli a cui si va incontro nel maneggiare questa nuova forza. Ma che perciò?
Tutte le grandi scoperte ebbero le loro vittime. La via della scienza è innaffiata di sangue.
Ed è una nuova scienza quella di cui io getto ora le fondamenta. «La scienza dell'avvenire!»”
Arnaldaz si era trasfigurato parlando. E quando Arnaldaz si trasfigura, nessuno lo tiene più.
“Hai mille ragioni” – mi contentai di borbottare – “ma ho paura che la finisca male”.
Finì male purtroppo.
Un bel giorno, entrando nello studio, trovai il Biunfo a terra. Mi precipitai su di lui. Non respirava più.
Il suo volto era spaventosamente contratto. Il pugno destro serrava un foglio di carta.
Durai fatica a levarglielo di tra le dita irrigidite.
Erano bozze di stampa.
Lessi:
Madrigale.
“Farnabazo sicofante dermosifilopatico, avendo mandato gli Euzoni a quel paese, esclamò l'è arrivaa el tabacc! Vado nel Cunnigliane per ragioni di famiglia, ma non ti lascio sola, o Cristabel!
Se sarai buona, i Mirmidoni ti guariranno dal bolscevismo.
Che Esculapio te li conservi sani!
Bruno Corra”
In quella, il mago Arnaldaz entrò.
“Arnaldaz” – esclamai – “è morto il Biunfo!”.
Arnaldaz sgranò gli occhi:
“Morto?!”
“Sì morto!”, ripetei – morto, ucciso da un concentrato di parole strane!

 

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