FASCISMO E CRISTIANESIMO *

1928, febbraio

[in ôVita Nova (1925-1933). A cura di G. F. Lami - Fondazione Julius Evola, 1999]

Interessante e del tutto coerente colla sua caratteristica interpretazione della vita è il concetto, esposto da J. Evola in Critica Fascista circa l'incompatibilità del fascismo integrale col cristianesimo.
Senza dubbio tra fascismo e cristianesimo appaiono ragioni profon de di dissidio, culminanti nel fatto che si tratta di due concezioni sotto molti riguardi antitetiche dello spirito. Per non dire che di un solo, e forse del più comune degli appunti fatti al cristianesimo, si conviene che esso deprime il tono spirituale, mortifica la vita e le sue più essen ziali intrinsecazioni, umilia l'uomo e lo diminuisce nei suoi mezzi e nei suoi fini.
Il fascismo invece vuol essere potenza e deve fondarsi, per attuarla in modo sempre più integrale, sulla consapevolezza gradualmente ac quisita da ogni uomo della propria forza e della propria possibilità di dominio, limitata solo dal grado della sua fede.
Nel rilievo dato a questa antitesi e agli aspetti immediatamente connessi alla medesima non sapremmo rifiutare il nostro consenso al l'egregio Autore dell'articolo; tuttavia pur riconoscendo in gran parte il valore delle sue considerazioni, abbiamo la convinzione che, per giudi care obbiettivamente del grado di irriducibilità tra quelle due antitetiche concezioni della vita, occorre anzitutto discutere alcune affermazioni, forse troppo recise dell'A. e in seguito chiarire alquanto il concetto di potenziamento [1] . Voglio dunque svolgere una brevissima indagine sui punti seguenti:
1) Circa la necessità di una interpretazione pagana del contenuto spirituale del fascismo.
2) Circa i caratteri e i limiti del concetto aristocratico di individuo.
3) Circa l'affermata impossibilità di un inserimento del cristianesi mo in una forma superiore e veramente universale; e che, come tale, implichi ed unifichi, nella vita di un unico organismo spirituale, sia la concezione aristocratica dell'uomo che quella democratica (ed in ciò appunto sta la superiorità e il germe innegabile di universalità dell' idea fascista).

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Circa il primo punto, di un preteso ritorno, puro e semplice, al pa ganesimo, credo opportuno ricordare che la storia non si ripete e che, se pur ripassa per posizioni ideali già altra volta realizzate, non per questo non le rinnova e non le implica in forme più universali. La storia invero assimila il passato e lo riassume in ischemi ideali tanto più luminosi quanto meglio essa culmina in uno di quei periodi sintetici, o, quasi di rei, di quei «nodi del tempo», per cui nell'attimo presente, come in un seme, viene a puntualizzarsi tutto il valore ideale di una lunga tradizio ne: viatico più estetico che teoretico e più sentimentale che pratico, per il lungo cammino avvenire verso una nuova terra promessa, profilantesi lungi nel vasto orizzonte di una più lucida aurora.
Ma se nulla va perduto del passato e se questo si continua talora soltanto in un aspetto antitetico , superandolo solo in apparenza o contrastandone il contenuto ideale, ciò non può accadere che nelle epoche di transizione, mai in quei «nodi della storia» nei quali le diverse conce zioni si integrano senza cessare e senza rinunciare alla loro ragione di essere, nodi che sono caratterizzati da quella relatività-universalità di visione che solo da chi è giunto sulla vetta del monte, o al sommo del ciclo storico, può realizzarsi. Donde il valore eterno al simbolo del Verbo dettato dalla Montagna.
E' uno sminuire grandemente il contenuto ideale del Fascismo il voler paragonare la nostra Rivoluzione a quella francese: l'una schiettamente e solamente democratica e livellatrice: astratta e statica: oceano senza terra ferma; l'altra essenzialmente dinamica, vivente sforzo di superare l'antitesi tra aristocrazia e democrazia, e non già col negare quest'ultima ma per valorizzarla e potenziarla nel suo organico e progressivo inserimento nella prima, culminante nelle gerarchie dello Stato.
Il lato debole della concezione troppo individualistica della vita, e di quella schiettamente immanentistica del reale, sta nel fatto di porre lo spirito solo come attività negatrice di limiti, mentre deve essere anche - se, veramente vuol essere «assoluta potenza» - altresì positività creatrice dei limiti stessi; in modo che quella positività, formulatrice di leggi e di ordini e costruttrice di coscienze, è una potenza che, appunto per la sua universalità che trascende le coscienze individuali e quasi si limita in esse, può preparare, in ciascuna di esse, un opposto processo per cui il limite imposto dal di fuori viene via via dissolto, superato, nell'acquisita comprensione della sua necessità ideale e pertanto liberamente accettato in un più elevato grado di coscienza morale.

Perciò se non viene integrata con l'affermazione di un opposto processo, depotenziante [2] , la concezione dell'uomo come potenza non regge: perché rappresenta, in fondo, un annichilimento di quell'aspetto, essenzialmente divino, dell'uomo come volontà creatrice di limiti, di leggi e di oggetti, senza il quale neppur l'altro aspetto (di superamento dei limiti stessi) può giustificarsi.

Ora è appunto per questo depotenziarsi dello spirito, parallelo e pur subordinato al suo potenziarsi, come tesi ad antitesi, che si richiede all'individuo - conscio della sua essenza assoluta - di umiliarsi nell'indispensabile contatto coi suoi simili: perché quella potenza è «valore» non già «in sé e per sé», ma nel suo dinamico operare nella natura e nelle coscienze, come scienza, come diritto e come filosofia. A che vale una potenza che non si attui nel potenziamento altrui, o che non lavori ad organizzare un campo sempre più vasto, a «creare» insomma secondo la propria essenza ideale?

Solo da questa parziale limitazione di sé, da questa menomazione della sua aristocratica ritrosia a confondersi tra le folle anonime: solo da questa sua rinuncia all'isolamento superbo, può derivare lo stimolo ad un'ulteriore realizzazione di potenza. E' il consenso, l'amore delle folle (fatte di umile gregge) che fa più potente il potente. E' l'amore del popolo per il suo condottiero che esalta entrambi in un più grande sacrificio di sé a vantaggio dell'altro. Unità e molteplicità, Capo e gregari, Dio e materia, idea aristocratica e idea democratica sono l'uno per l'altro e non possono essere l'uno senza l'altro. Non in una statica opposizione di forze e di ideologie, di numero-forza e di numero-massa, di qualità e quantità, ma nella dialettica, reciproca conversione dell'un valore nell'altro, per il potenziamento di entrambi nell'organismo individuo, di cui costituiscono due aspetti inseparabili.

Se noi rinunciamo a quel terreno di universalità, e sia pur di «internazionalismo», che il cristianesimo ci offre e che costituisce la sua conquista e la sua fatica millenaria (che in fondo è, e sopratutto, una manifestazione di latinitá, come quella che le armi romane prepararono e la tradizione romana consentì di allargare via via nello spazio e nel tempo) difficilmente troveremo uno strumento altrettanto possente - per quanto delicato - di diffusione. Né giova diffidare di questo strumento, perché di ogni arma può dirsi che è a doppio taglio, se chi la usa è un maldestro o un indegno; e sarà uno strumento tanto più prezioso nelle nostre mani, quanto più saldamente sapremo tenerlo in pugno, cioè quanto meglio sapremo insinuare nelle gerarchie della Chiesa il convincimento della nostra forza, come di una forza invincibile e travolgente.

D'altra parte non siamo affatto autorizzati ad assimilare l'internazionalismo massonico con quello cristiano; perché se quello manca di ogni contenuto spirituale e morale, questo ne possiede, sia pure in for ma attenuata e quasi cristallizzata. Se il primo è immorale, il secondo è pur sempre il germe di una moralità esteriore o, se vogliamo, puramente formale e tradizionale, ma che non per questo è affatto priva di efficacia pratica, sopratutto per le moltitudini oscure delle anime semplici che pensano ed operano secondo la norma esterna (che sono incapaci di realizzare nella loro coscienza) e solo sanno adattarsi passivamente alle regole tradizionali.

E ricordando quanto ho detto poc'anzi, che il concetto di aristocrazia implica una autolimitazione quantitativa, che è quanto dire una differenziazione di pochi entro una pluralità relativamente indifferenziata, ne consegue necessariamente il fatto che col semplice porsi dell'uomo come potenza o come differenza dominatrice, si viene a porre una alterità dominata e indifferenziata, una folla insomma di anime umili o quanto meno ancora incapaci di dominio, per le quali debbono valere altri principi, se è vero che in ogni gerarchia, sia essa di gradi militari o di valori cosmici, per i capi valgono principi diversi e si addice uno spirito diverso che per i gregari.

Perciò è appunto grazie al rivelarsi di una minoranza aristocratica, che la folla caotica ed inerte può risvegliarsi come un esercito, che, al richiamo dei capi, si mette in marcia e si avvia alla vittoria. E' appunto dall'assurgere dell'Idea Fascista in quegli uomini, in quei Capi che «non sanno pregare che in piedi e la testa eretta», perché sono giunti alla consapevolezza del loro dio interiore, che prende rilievo (di materia resistente) la massa informe (da redimere o da far marciare dietro quei capi) di coloro che non conoscono Dio, o che lo sentono soltanto «fuor» di se stessi, infinitamente al di sopra della loro fragile umanità.

Ma il capo, il condottiero sapiente, si occupa sopratutto della saldezza e dell'efficacia dei suoi rapporti spirituali ed umani (modestamente umani) con coloro che devono seguirlo, con coloro che sono la «sua materia», il suo mezzo e il suo strumento di dominio, senza il quale la sua volontà di potenza non potrebbe mai attuarsi. Egli non è né vuol essere un aristocratico puro, come non lo è stato Cristo nella sua predicazione agli umili, come non lo è nessun Grande, il quale della propria grandezza voglia lasciar tracce imperiture nello spazio e nel tempo e che di essa voglia servirsi non per rimpicciolire gli altri, ma per elevarli, per quanto possibile, fino a sé.

In ultima analisi il difetto capitale della dottrina dell'Evola è quello proprio di ogni forma di idealismo assoluto, cioè di negare il «molteplice limitato» (oggetto o soggetto che sia) o, quanto meno, di non tenere abbastanza presente che questa negazione - la quale deve essere atto di superamento di limiti, positività creatrice di libertà e di dominio -, può effettuarsi solo in correlazione con un asservimento dei limiti o con una soggezione di quel molteplice limitato, individuo o cosa. Il quale deve essere affermato non solo nel suo essere effetto di quella potenza, ma anzitutto nel suo essere causa necessaria o stimolazione dell'«atto di potenza», come quello che vuol vincere una resistenza (o compiere un dovere), posta, sì, dall'io stesso, ma in quanto appartenente ai gradi superiori della gerarchia, che gli inferiori debbono subire (come legge o norma di vita) e poi superare (si può superare soltanto ciò che già ci ha superato) e così trasmettere, in infrangibile catena di relazioni, come nuovo ostacolo e nuovo ideale da conquistare, ai gradi ancor più bassi della gerarchia.

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E' fuor di dubbio che il contenuto spirituale del cattolicesimo non è più tale da soddisfare quella sete di verità che si risolve nell'inquieto travaglio di tante coscienze; e più certo è ancora che il contenuto dottrinario del cristianesimo, è superato e lo sarà sempre più rapidamente col progredire della scienza; mentre assai dubbia è invece la possibilità per la Chiesa Cattolica - prigioniera com'è della sua intransigenza e della staticità dei suoi dogmi - di una evoluzione parallela a quella della scienza. - Sotto questo aspetto un ritorno alla concezione pagana o, meglio, a quella gnostica, e neo-platonica, debitamente integrate nel qua dro della scienza attuale, non è da escludersi ed è anzi da considerarsi.

Ma da ciò alla pretesa di disfarsi illico et immediate di quello, certamente grandioso, organismo che è la Cristianità, ripudiando ciò che vi è ancora di veramente vitale nel suo contenuto spirituale, e trascurando il suo aderire, più o meno profondamente, in centinaia di milioni di coscienze, ci corre evidentemente parecchio. Perché non si può improvvisare, così, in poche battute, qualcosa che possa validamente sostituire l'idea cristiana, mentre il Fascismo, se vuol essere religione, deve prima enuclearla da sé medesimo, mediante la rivalutazione ch'esso ha iniziato della vita e delle coscienze; ma deve elaborarla come un che di nettamente distinto da se stesso, perché politica e religione debbono essere praticamente separate, sebbene non necessariamente antitetiche. Finché ciò non sarà fatto, finché quella rivoluzione religiosa che senza dubbio è già in atto, non avrà dato i suoi frutti, converrà essere piuttosto alleati che nemici della cristianità, sopratutto quando si consideri che non è da escludersi che dalla radice stessa della vecchia pianta che si sta disseccando venga a germogliare rigogliosa la nuova. D'altra parte non è certo il Fascismo - nella sua inimitabile essenza fatta di forza magnifica e di tolleranza gentile - quello che potrebbe rinnovare le gesta di fanatismo feroce contro gli «infedeli» .

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Circa il terzo punto, per cui valgono alcune delle considerazioni già svolte, non è poi necessario di ricordare che le troppo rigide distinzioni teoretiche (come quelle che, più o meno direttamente, implicano l'asservimento ad una Scuola o la difesa di una tesi, che, per quanto geniale, non può costituire l'unico, o anche semplicemente il più importante, aspetto della vita e delle cose) non trovano un altrettanto rigido riscontro nel fluire della realtà, la quale, appunto perché ad essa spetta il compito, essenzialmente realistico, della traduzione delle formule in fatti e dell'universale più o meno astratto nel mutevole e troppo spesso imprevedibile concatenarsi degli eventi, deve fare i conti con questi e possedere quell'elasticità di mezzi e di programma, per cui si distingue nettamente il vero organizzatore e dominatore dal dottrinario. Non per nulla colui che oggi meglio impersona quell'idea di potenza (che forse con troppa fretta J. Evola vorrebbe estendere ad ogni uomo) è alquanto avverso alle dottrine già fatte: e se di programmi ne formula, lo fa con grande cautela e non teme poi di apportarvi, all'occorrenza, delle sagge varianti. L'acqua non si ostina a passare al di sopra della rupe prominente, la fiancheggia, le gira attorno e poi finisce collo scalzarla alla base. Ma essa passa, sempre e vince: perché essa, per le cose pesanti e materiali, rappresenta la permeazione e la malleabilità proprie delle essenze spirituali. L'azione frontale non è mai del procedere naturale delle cose, perché suprema legge della natura è la continuità, la pressione ininterrotta sull'ostacolo, la tenacia; vero indizio di forza e di saggezza assieme, in quanto agisce sempre nel punto di minor resistenza. Non la «testa contro il muro», ma l'azione, anche lenta, là dove è più efficace. Non la lotta dal di fuori, ma la conquista dal di dentro: e, solo se questa, per specialissime circostanze di tempo e di luogo, si presenta impossibile, si può ricorrere alla prima.

Perciò io non credo conveniente né giustificato un atteggiamento di assoluta intransigenza circa i rapporti tra Fascismo e Cattolicesimo; perché, anche a prescindere da ogni contingente valutazione di opportu nità politica, sarebbe un rinunciare ad uno strumento, forse prezioso, di penetrazione nelle coscienze e al più naturale (tradizionale) elemento coesivo della latinità.

Roberto Pavese


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JULIUS EVOLA, " Il fascismo quale volontà d'impero e il cristianesimo", in Critica Fascista, n. 24, 15 dicembre 1927.

[1] Ciò che mi riservo di fare altrove, poiché si tratta di argomento schiettamente filosofico.

[2] Ma non tanto di impedire un effettivo potenziamento, sia pure attraverso dei momenti relativamente negativi.


Questo articolo dell'ing. prof. Roberto Pavese per altra via arriva alle stesse conclusioni dell'articolo dell'Evola pubblicato contemporaneamente dalla nostra Rivista e da Critica Fascista. A noi pare che il problema della relazione fra il Fascismo e il Cattolicismo debba essere impostato diversamente. Giacché non si tratta di vedere se il cattolicismo come cristianesimo o religione sia in antitesi col Fascismo, bensì se le esigenze politiche del primo possano fondersi o, almeno, coesistere con quelle del secondo. Cosi, noi pensiamo, il problema da risolvere diventa di natura squisitamente politica e non più di natura religiosa

N.D.R.

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