L'IMPERIALISMO PAGANO DI J. EVOLA

1928, luglio

 

[in ôVita Nova (1925-1933). A cura di G. F. Lami - Fondazione Julius Evola, 1999]

Evola non è un pensatore che ormai sia più possibile e compatibile ignorare o darsi l'aria di non vedere e non sentire. Con lui bisogna ben fare i conti. Egli è una coscienza che sta lì, dinanzi a noi, a raggiare una luce di verità che ad ogni cuor sincero si comunica, perché raggiante da un intimo, profondissimo, umano travaglio di liberazione e redenzione, al di là di ogni pallida, irta, spettrale formula ideologica. Naturalmente dopo la commozione può, anzi deve venire il dibattito delle idee. E' vero; c'è un caso Evola nella polemica politica degli ultimi tempi, che non può essere tanto facilmente liquidato quanto mostra di credere, o far credere, la parte guelfa, mentre agitano i loro manichini o i loro figurini di moda tutti i fascisti da ridere accorsi in frotta e in fregola agli abbracciamenti cattolici dalle sacrestie massoniche. Non lo può essere, perché esso è il caso di quell'aspro groppo di contraddizioni insito nel concetto d'un impero che debba sorgere in dipendenza d'una restaurazione cattolica. Evola pensa e dimostra molto lucidamente, e con un senso storico arricchito e scaltrito dalla più vasta cultura, che innanzi tutto c'è contrasto fra impero e cristianesimo, e che poi questo contrasto non è vincibile, assumendo al posto del cristianesimo in genere la sua forma storica rappresentata dal cattolicismo; perché questo non è «che un'ombra del la paganità, ombra sommamente contraddittoria, perché si riflette su un contenuto, su un sistema di valori o pseudo-valori, che è la contraddizione della paganità. Evola nega l'Europa moderna guidato dal concetto d'idea imperiale, che si fondi su quello dei valori di gerarchia, in quanto questi siano espressioni di effettiva superiorità, e non di «giuoco più o meno velato e legalizzato di favoritismi, di simpatie e di antipatie e d'interessi, di viltà e violenze»: siano dunque fondati su una superiorità di coscienza, che per lui non può esser data che da uno sforzo d'interiore, effettiva libertà. In Evola perciò c'è la negazione dell'Europa moderna, balzata in piedi dai fianchi della Riforma, specialmente calvinista come in tanti apologeti della tradizione, cioè del medioevalismo. Ma egli, a differenza di questi, guarda in avanti non indietro; non nega la Riforma per la Controriforma. La sua vera Controriforma, da opporre alla Riforma nelle sue ultime conseguenze politico-sociali, è la sostituzione dello spirito cristiano con la mentalità imperiale, considerata come l'ultima tappa nel processo di affrancamento della monarchia da ogni limite di origine medioevalistica, universaleggiante e in fine cristiana; cosicché essa «rivitalizzata, risuscitata, dinamizzata, come una funzione organica, centrale, assoluta, incarnante simultaneamente il potere della forza e la luce dello spirito in un essere unico che sia veramente l'atto di tutta la stirpe... prenda il posto oggi usurpato dalla chiesa». Ma si stia attenti che questa monarchia e questo impero non hanno nulla a vedere con la monarchia dei monarchici o l'impero degli ordinari imperialisti; non vuole cioè essere «una prosopopea rettorica» o «una superstiziosa divinizzazione d'un essere pel semplice fatto che esso si trovi ad occupare il massimo grado di una organizzazione puramente materiale - così come è accaduto in vari casi di teocrazia». No, l'Evola non conosce affatto concetti realizzati, in cui non può vedere altro che dei miti; di realizzato non c'è per lui che l'individuo, quando si realizza e nei diversi gradi di realizzazione sua. Egli è il negatore più irriducibile della tendenza realistica; e si muove con un ardire, più che raro, unico nella storia delle idee, dal nominalismo più risoluto all'individualismo più intransigente: che sono come i poli del suo spirito. Ed è certo che questa logica ferrea dell'Evola ci stringe nella sua morsa, destandoci ammirazione e rispetto; perché essa è in lui così profondamente vissuta da costituire un alto palpito di religiosità. Senza Dio egli è ebbro di divinità. In lui il pensiero circola su se stesso e conservandosi sempre lo stesso, sia che guardi alla Sapienza, che in tanto è Sapienza in quanto è l'atto di vita assolutamente creatore del soggetto; sia che guardi alla vita, che in tanto è vita in quanto proceda verso quella sapienza e sempre più la conquisti, cioè la crei. Il suo nominalismo assoluto lo conduce alle radici dell'errore democratico, per cui la società è un composto di elementi stretti da un legame impersonale astratto, e si mette capo ad una universalità e ad un'unità altrettanto astratta e quindi al dominio delle masse, cioè di «una razza di schiavi, che non osa pensare e volere sino in fondo per e nell'individuo» i valori della libertà e della potenza, ma invece «li sposta illegittimamente e egualitaristicamente alla "società" e all' "umanità"». Donde la polemica insistente, senza tregua, senza compromessi, senza rilassamenti contro le forme e gli aspetti del liberalismo e del democratismo, contro le vedute e le filosofie che, pur negando quelle forme, hanno generato altri miti, come quello hegeliano dello Stato assoluto, «onde si afferma che ciò che è reale è lo Stato, non gl'individui, i quali - qualunque essi siano, a partire dai capi - debbono sparire dinanzi allo Stato»; come quello mazziniano, che «teologizza» il popolo, oltre che «deificarlo»; perché questo popolo ente «diviene il corpo mistico, in cui la stessa divinità, tratta dai cieli e debitamente socializzata vivrebbe e si rivelerebbe come nel suo interprete, secondo una legge progressiva di sviluppo, che è l'evoluzione stessa dell'umanità attraverso grandi cicli riflettenti ognuno un'idea o rivelazione della mente divina». Ma l'individualismo gnoseologico dell'Evola lo salva da ogni estrinseca, contingente, empirica e quindi spuria forma d'individualità. Il suo Imperatore o Signore dell'umanità è colui che ha saputo definitivamente conquistare la libertà, la quale non ammette plurale: colui che sa in primo luogo imperare su se stesso, colui che è divenuto dominatore superbo della propria anima, che è forte di quella virtus «irriducibile all'umiltà, alla carità, alla rinunzia, alla grazia». L'Imperatore, dunque, il superuomo nietzschiano in tutta la severità ascetica e tragica che lo costituisce, è colui che nella scala dell'individuazione progressiva ha in sé creato la più grande quantità di essere, al massimo grado differenziandosi dall' «incorporea vita dell' umanità»

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La dottrina imperialistica evoliana non è fondata che su questo differenziamento, ed è qui che essa richiede il massimo sforzo d'attenzione e penetrazione. Distratti, non se ne conserverebbe che una buccia e per di più deforme: una grottesca stravaganza. L'individuo realizzantesi tale non è più da chiamare uomo, anche se abbia le comuni sembianze umane, perché esso ormai sta su un tutt'altro livello di essere da quello temporale-spaziale, geometricamente determinabile. «Il dominatore - egli dice - non sarebbe da paragonarsi ad una mano che volesse farsi padrona di tutto il corpo, sibbene alla stessa unità organica del corpo, che in una sintesi superiore incorporea comprende la mano e tutto il resto». Subito si sente che siamo in compagnia di Aristotele. E come nella dottrina aristotelica ogni forma è potenza o materia se considerata in rapporto alla forma superiore o alla superiore sintesi dell'essere che è sempre individuo, ed ogni materia, per converso, forma, vista in rapporto alla sintesi inferiore; giacché l'individuo si potenzia all'infinito nel suo atto, onde in esso solo astrattamente possono distinguersi una materia e una forma - e il sistema delle forme così considerate costituisce il sistema scientifico - così è in sostanza degli uomini di Evola. Essi, arrivati ad un certo punto della loro individuazione ci mostrano come un «trapasso della potenza, che regge insieme quel fascio di esseri e di elementi che costituisce la personalità di un uomo comune, ad un grado superiore in cui gli elementi, che vanno dominati secondo lo stesso rapporto, saranno le leggi e le volontà delle singole coscienze umane». Ebbene, gli uomini pervenuti ad attuare in loro questo trapasso, essi saranno i gerarchi e fra essi sorgerà il capo. Ma questi a sua volta non misurerà il suo potere che dal dominio su esseri liberi, su individui: egli tanto più re quanto più re i suoi sudditi, e sarà perciò il massimo propulsore del processo di progressiva, umana differenziazione nel suo regno. Così «la gerarchia deve costituirsi dinamicamente e liberamente per rapporti naturali d'intensità individuale. Così si formarono le primitive aristocrazie: non per elezione e riconoscimento dal basso, ma per un diretto affermarsi d'individui, capaci d'un grado di resistenza, di responsabilità, di vita eroica, generosa, vasta e pericolosa di cui gli altri non erano capaci».

Insomma, vorrei domandare all'Evola, questo uomo che diventa sempre più uomo e tanto più dominatore degli altri quanto più dominatore, superatore di se stesso, non potremmo riconoscerlo nel soggetto gentiliano che sempre si nega affinché si medii come soggetto e sia sempre più libertà, sempre più autocoscienza, sempre più uomo? Quel trapasso dell'individuo ad un livello superiore, quel farsi più individuo, non è l'atto puro che eternamente si oppone al fatto'? II re di re di Evola è bene quell'empirico soggetto, in cui massima risplende la luce del vero soggetto, di quel profondo «noi», che è la divinità immanente in ogni uomo. Oh! io so la pregiudiziale gnoseologica che Evola oppone al Gentile, risolventesi nell'esigenza della posizione dell'individuo assoluto o nell'eliminazione del soggetto assoluto, che al primo sembra un al­ tro ente ideale, cioè un'altra astrazione, a beneficio dell'individuo; il quale, esso, da sé, dovrebbe farsi assoluto o realizzare assolutamente la propria sufficienza a se stesso.

Ma nella presente teorizzazione della potenza politica e della società come gerarchia, si è lieti di poter camminare, per un bel pezzo, sullo stesso binario verso le stesse ideali mete. E forse la compagnia può rendere più profondamente consapevoli i viandanti dell'elemento che li unisce, piuttosto che di quello che li divide. Del resto Gentile, come ogni grande filosofo, può essere guardato dall'uno o dall'altro aspetto del suo complesso pensiero; e precisamente può essere più o meno immanentisticamente interpretato e inteso. A me, ad esempio, non pare dubbio che questo pensiero sia in fondo volontarismo, e quindi assoluto antidemocratismo, rivoluzione totale degli spiriti, non accomodamento di essi a situazioni spiritualmente superate. Non è bene citar se stessi; pure per l'esigenza del chiarimento del mio pensiero nel suo rapporto alla storia che viviamo, debbo qui dire che, all'inizio dell'era fascista, io ho fatto notare in un giornale di provincia [1] il significato rivoluzionario della assunzione di Giovanni Gentile alla Minerva. In esso, senza sottintesi, io giudicavo la rivoluzione politica in funzione di quella spirituale, religioso-filosofica, che pensavo essa presupponesse e di cui mi pareva - e ancora mi pare - che la filosofia gentiliana fosse la consapevolissima esigenza. Il Gentile mi appariva come il dottore della nuova civiltà italiana e umana, che voleva sorgere. E là lo chiamavo precisamente il chiarificatore e la spirituale autorità del movimento fascista. Dicevo che «la sua filosofia è all'avanguardia, anzi è a capo d'una pattuglia avanzatissima della filosofia moderna: è una filosofia che respira la divina gioia della divinità ritrovata. Ché, anch'egli, come si disse di Spinoza, è veramente ubbriaco di Dio, d'un Dio che è la realtà della cosa finita, che in sé risolve il mondo; il quale si sublima così in una «teogonia eterna che si adempie nell'intimo del nostro essere». II suo idealismo, secondo la sua stessa sentenza, ha il pregio, non il difetto del misticismo. Di questo pensiero ormai è sostanziato il pensiero d'ogni spirito che cammini nel solco della modernità; lo sappia esso o non lo sappia, vi aderisca o vi ripugni o recalcitri: non importa. E questo pensiero è volontarismo, antinaturismo, antidemocratismo; perché «è quell'ardere e quel fiammeggiare che crea la storia, cioè ricrea eternamente se stesso: guarda in avanti, giammai indietro; poggia sullo spirito che è libertà, non sulla natura che è causalità» .

Qui ora debbo dire che tutti i valori di restaurazione contro le radici del male europeo, affermati dall'Evola, possono essere dedotti da quel pensiero; dedotta innanzi tutto l'esigenza che bisogni «restaurare i valori aristocratici, quei valori di qualità, di differenza e di eroismo, quel senso della realtà metafisica, a cui oggi tutto va contro e che noi, antieuropei, pertanto contro tutto affermiamo». Ho bisogno di aggiungere ancora che quel pensiero è assolutamente antiguelfismo, come del resto la parte guelfa ben mostra d'essere del tutto consapevole, contro il Gentile lanciando le sue palle più infocate e deplorandolo già, assieme al D'Annunzio e all'Evola, come «un anacronismo rispetto allo spirito del vero fascismo» ? Ma sarebbe poi anticristianesimo, come si proclama il pensiero dell'Evola?

Ecco; qui bisogna intendersi, scendere al nucleo sostanziale della dottrina, dando il loro esatto valore alle terminologie, cioè del tutto convenzionale. Ciò che è essenzialmente pagano per l'Evola, pel Gentile può essere chiamato essenzialmente cristiano. Tutto dipende dal concetto che del cristianesimo ci si fa: dove si ponga l'essenza di esso. Il Gentile chiama realistica tutta la filosofia greca o antica e idealistica quella cristiana e moderna; ma il Laberthonnière, guardando da un altro angolo visivo, può considerare idealistica la prima e realistica la seconda e parlare precisamente d'un Realismo cristiano in opposizione all'Idealismo greco. E tutti e due in fondo hanno ragione, e in sostanza dicono la stessa cosa: la realtà del greco è idea astratta realizzata, realtà depotenziata come l'idea del cristiano è vita piena, realtà concreta dell'anima sua. Il Gentile come il risolutore di ogni elemento intellettualistico in una concezione dello spirito in quanto pura attività creatrice di sé e del mondo nel suo atto eterno, può essere considerato come il massimo assertore del principio della vita concreta, cioè individuantesi - ché nella dottrina gentiliana sarebbe un'incomprensione, una ricaduta nelle reti intellettualistiche, l'universale Vita o l'universale Pensiero o l'Atto puro visto come l'idea di quest'atto, platonicamente posta - di fronte all'astratta ragione e insomma ad una realtà posta di fronte all'individuo e quindi scaricante quest'individuo d'ogni potenza, cioè di ogni essere. Gentile in conseguenza, nel linguaggio dell'Evola, dovrebbe essere detto il distruttore di ogni idealità cristiana. Ma Gentile per converso si considera l'ultimo momento nella storia dialettica dell'intuizione cristiana. Ed ha ragione: perché egli assume questa intuizione, quale è implicita nell'Evangelo e si formula in Paolo, come sepolta nelle super­ strutture ideologiche del risorgente intellettualismo greco, e di poi affermantesi, all'inizio della Rinascenza italiana, per compiere la sua parabola, attraverso la dialettica del pensiero moderno, nella filosofia dell' atto puro. Ma se cristianesimo è negazione della realtà presupposta al pensiero, sarebbe l'Evola il più cristiano di tutti i filosofi. Ché I'imperialismo suo, bisogna ancora insistere, è di natura essenzialmente spirituale, per non dire delle radici logiche e gnoseologiche del suo idealismo magico; esso è uno sforzo di salire ad un altro piano della realtà, un guardare le stesse cose che guarda l'uomo ordinario, con un altro occhio. In un suo recente scritto dal titolo: II superamento dello spiritismo [2] , egli, polemizzando contro le pretese della metapsichica, la quale «rientra proprio in quell'ordine di quella scienza materialistica e profana, che essa intenderebbe di aver superato - perché di una tale scienza essa mantiene il metodo e la mentalità», per cui non le resta in mano che una scorza: rigorosamente costrutta, ben fissata e classificata - ma nulla più che una scorza - egli, dico, insiste sulla necessità che ci si persuada che un'altra è la via da seguire, che «il materialismo da vincere non è l'aver sott'occhio soltanto un certo ordine di fenomeni detti "materiali", ma è invece quello che si porta nell'anima finché non si detti in sé il senso dell'interiorità, finché non si sappia guardare con altri occhi - sub specie interioritatis - il filo d'erba al pari che i Signori di Luce». E in questo suo Imperialismo pagano, l'Evola non fa che combattere contro tutti i fraintendimenti del concetto imperiale e di gerarchia. Per lui la via della potenza s'identifica con la via della stessa Sapienza, opposta a Scienza: questa, creazione di irrealità, di parole reificate, di vuoti schematismi logici; quella, conoscere «che non vuol dire pensare, ma essere la cosa conosciuta, viverla, realizzarla». II nuovo mondo umano dovrà essere sostenuto dai sapienti, alla maniera di Platone. La concezione attivistica, diveniristica della vita, il faustismo, l'esaltazione romantica dello sforzo, della ricerca, del tragico, la superstizione della vita, « l'ossessione del fare, del conquistare, del nuovo, del record, dell'inusitato - tutto ciò costituisce il quarto aspetto del male europeo: aspetto che caratterizza irrepugnabilmente la fisionomia della civiltà occidentale e che ai nostri giorni è giunto veramente ad un acme parossistico». Tutto ciò dimostra che non si ha il senso di ciò che sia azione; e tanto meno di ciò che sia individualità. Nel faustismo non si ha che un rotolare; non un agire ma un essere agito. Esso è la fame del più basso che non può essere mai soddisfatta del Michelstaedter o quel peso che «quanto è peso pende e quanto pende dipende». «La fuga dal questo e il perenne spostarsi dell'altro: questa angoscia, che è il segreto della vita moderna», come efficacemente dice lo stesso Evola, «combinata con l'ecclesia del principio dell'interdipendenza sociale, ci dà la legge stessa che domina tutta la cultura e la società d'oggi: nel piano inferiore l'orgasmo industrialistico, connesso all'arrivismo, alla corsa al successo di uomini che non vivono, ma sono vissuti, e al limite, i nuovissimi miti del progresso indefinito... sul piano superiore, l'insieme delle dottrine faustiane, diveniristiche, bergsoniane» .

Ebbene, l'Evola dice no a questo universale delirio. Non è questa azione, ma febbre d'azione. «E' il correre vertiginoso di coloro che son stati sbalzati fuori dall'asse della ruota e la cui corsa è tanto più folle per quanto maggiore è la loro distanza dal centro». Anche per lui l'attività è quella stessa del motore immobile di Aristotele. «Che è causa e signore effettivo del moto, non si muove egli stesso. Egli desta, comanda e dirige il movimento: fa agire ma non agisce... superiorità impassibile, calmissima da cui l'azione procede e dipende». Ecco dunque, di fronte al suo Faust, ebbro di azione, di volontà, di forza, di slancio, Goethe che lo contempla dalle rive della conquistata serenità e saggezza, che è quel livello «d'indifferenza creativa» superiore ad ogni opposizione. A questo saggio appartiene per Evola il diritto al comando. Al potente della terra si dovrebbe poter domandare con Haakon nei Pretendenti alla corona di Ibsen: «che cosa è che vi attrae? La corona regale e il mantello di porpora, il diritto di seder di tre gradini sublime su tutti gli altri? - quale miseria! Se esser re fosse questo, vi getterei il regno nel berretto, come getto l'elemosina al mendico». - Il regno dei veri re dev'esser forte, fondato sul cuore degli uomini; e così vi si fonda solo perché esso non è tutto di questa terra. I forti come Haakon possono non ricalcare la storia, spregiare «i beni» considerati tali dagli uomini: questa rinunzia ad essi è facile «come è facile al falco trapassare le nubi». Ora «ciò che in fisica si chiama dissipazione di energia per attrito», continua l'Evola, «ecco ciò che gli Europei chiamano eroismo e di cui, come i bambini, si gloriano. Il tormento delle anime dilaniate, il pathos delle donnicciuole impotenti a dominarsi, ad imporre a se stesse il silenzio e la propria volontà assoluta: tutto ciò viene esaltato in occidente, sotto il nome di «senso tragico della vita», da quando il cristianesimo creò lo squilibrio e il dualismo nell'anima, la «cattiva coscienza», il senso del «peccato», l'uomo «nemico di se stesso e violento contro se stesso» . Ma, come è chiaro, questo cristianesimo dell'Evola è quello nietzschiano della «rivolta degli schiavi», cioè quella trasfigurazione in mito sociale palingenesico, escatologico del concetto, tutt'altro che egualitario, di eguaglianza degli uomini dinanzi al Padre che è nei Cieli, per cui «esso si rivolse alle masse chiamò la loro verità vera, costituendola in una intolleranza e in un disprezzo per tutto ciò che in questo ambito è proprio a differenziazione e ad aristocrazia; e capovolgendo in conformità tutta la scala dei valori (Evola).

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All'analisi che segue degli svolgimenti di questo fondamentale stato d'animo, balza nel nostro spirito una visione panoramica della civiltà cristiana nella sua continuità storica, allacciante allo stesso fondamentale contenuto le forme religioso-sociale-politiche diverse attraverso i secoli diversi. Il paesaggio carducciano del Clitunno, solcato da turbe «maledicenti a l'opra della vita e dell'amore», deliranti «atroci congiungimenti di dolor con Dio su rupi e grotte», discendenti «ebbri di dissolvimenti alle cittadi» e al crocifisso supplicanti «d'essere abbietti», si riannoda a questo fosco paesaggio moderno evoliano, popolato «d'ossessi e d'incatenati», ruggenti come belve, in cui il volontarismo non è la volontà, ma una disperata rettorica che sostituisce la volontà, uno sforzo mentale per persuadersi d'una volontà che non si ha»; in cui «l'armonia classica, il senso dell'autarchia e del limite assoluto, il senso della superiorità olimpica, della semplicità dorica, della forza attiva, positiva, dura, immanente e mediterranea»: elementi tutti investiti della negazione cristiana - hanno ceduto il luogo al senso di necessitazione profonda, che negli uni si manifesta come rigorismo, proibizionismo, imperativismo, intolleranza moralistica o razionalistica; negli altri come empito romantico e pathos umano»: «contorto mondo di tragedia, di sofferenza e di serietà», al posto del mondo «mediterraneo, epico e dorico». E la liberazione da questo mondo non potrà avvenire se non si giunge al senso dell'interiore liberazione. «Bisogna ricondurre gli uomini a se stessi e costringerli a trovare in se stessi il loro scopo e il loro valore. Che essi imparino di nuovo il sentirsi soli, senza soccorso e senza Legge, finché si destino all'atto dell'assoluto comando o dell'assoluta obbedienza». Riconoscendo l'elemento illusorio «di tutte le evoluzioni, di tutti i piani provvidenziali, di tutti gli storicismi; riconoscendo tutti gli scopi e le ragioni come dande necessarie soltanto a chi, ancora bambino, non sa andare da sé, gli uomini cesseranno d'essere mossi, ma si muoveranno. Centrali a se stessi, da loro, uomini e non più spettri, nella differenziazione delle élites, scaturirà la virtù dei motori immobili, risorgerà l'azione, nel suo senso primitivo, elementare, assoluto. Esseri e stirpi ascenderanno luminosamente, altri sordamente precipiteranno. Sorgerà la gerarchia. Sorgerà l'impero». Ecco il pensiero etico-politico dell'Evola, di cui verrebbe voglia di riportare tutto il capitolo intitolato: L'attivismo faustiano e il mondo umano; tanto esso è suggestivo ed eloquente e come scosso da un afflato cosmico di redenzione. Pensiero o lirica? L'uno e l'altra; e perciò richiedente, onde accompagnarsi con lui, fino al termine del sublime, avventuroso viaggio, d'una Stimmung singolarissima, ma in cui non sta in poter nostro entrare, ogni qualvolta lo desiderassimo: anche secondo la filosofia magica dell'Evola, ci vorrebbe tutta una disciplina, aspra e dura. Ma, pure, a fermarsi molto al di qua della meta del suo idealismo, si deve salutare nell'Evola un chiarificatore della torbida atmosfera spirituale della civiltà contemporanea in genere, e di quella fascista in specie: Evola è un chiarificatore per la estrema audacia con cui sa andare fino in fondo a una posizione di pensiero, oltre che per la mirabile capacità costruttiva sua e la sua ancora più mirabile potenza espressiva del mondo concettuale che gli freme dentro. Altra volta ho detto di lui, mettendolo in rapporto con l'idealismo attuale, che, per mezzo del suo pensiero, ancora una volta «si rinnova il contrasto fra il Soggetto, che, conscio della sua universalità e assolutezza, nega l'individuo e l'individuo che, conscio della sua realtà, nega il Soggetto»; che dunque in sostanza quel pensiero «è in atto lo stesso idealismo, la cui soluzione è a lui ridivenuta problema: il problema del rapporto fra il soggetto empirico e quello assoluto, fra l'uomo e Dio» [3] . Ora, nel campo politico, la soluzione fascista a lui ridiventa problema: il problema della formazione di tutti quei valori che questa soluzione pone. Ciò vuol dire innanzi tutto che il fascismo è un problema idealistico, d'interiore rinnovazione o liberazione; ma vuol dire insieme che esso presuppone l'impostazione gentiliana di questo problema, se è vero, come di fatto lo è, che la filosofia del Gentile è ]'ultimo scalino nella speculazione moderna, donde l'Evola vorrebbe balzare ad uno, che esso ben vede, anche se altri ancora non ne ha la capacità, posto più in alto. Comunque a me piace notare, nella polemica imperialistica e anticristiana dell'Evola, ciò che può considerarsi un postulato della rivoluzione fascista: l'esclusione d'ogni accomodamento con le mentalità sorpassate nel moto del pensiero, se si vuole che la nuova si rafforzi, si generalizzi e dia tutti i suoi frutti nel campo sociale e politico. Se non si può andare fino a porre le scienze magiche quale un valore integrativo d'ogni cultura, si deve certo porre questa cultura, cioè la filosofia, cioè il pensiero, a fondamento e volta del nuovo edifizio umano da costrurre, così com'è nel concepimento del Gentile. Certo gli scalini nella dialettica dell'evoluzione personale non possono essere distrutti: e in ciò l'esigenza gentiliana dell'educazione religiosa; ma in ciò pure l'errore nella soddisfazione pratica di questa esigenza, accordando una posizione di privilegio ad una determinata chiesa o positiva religione. Oltre che le conseguenze politiche di un tale privilegio sono incalcolabili, non potendosi fermare a volontà la logica delle posizioni iniziali esso non è poi d'accordo con lo spirito d'una filosofia, per cui l'essenziale è il passaggio da Dio-Sostanza a Dio-Soggetto assoluto, e quindi richiedente solo il fervore dell'anima religiosa come condizione di quel passaggio, secondo mi sono sforzato di dimostrare in questa stessa rivista [4] .

L'Evola, rivolgendosi al fascismo, al mondo pratico del fascismo, lo invita, consapevole dell'infinita distanza che separa il presente dal suo ideale, a veder solo nelle sue tesi ciò che gli è possibile per il momento vedere. Il resto verrà appresso: «In questa fase preparatoria chiediamo al fascismo d'essere semplicemente se stesso, di mantenere la sua parola d'ordine che è: azione - e non fede, speranza o carità. Noi qui lasciamo Mithra, Çiva, Plotino e Pitagora, richiamiamo soltanto al disprezzo romano per tutto ciò che non è concretezza attiva e dominativa, per tutto ciò che è sentimentalità, pietà, misticismo, illusa ascesi - ed anche filosofia» .

Questa richiesta dell'Evola è in fondo la richiesta d'ogni spirito moderno, la stessa Luce della modernità per ciò che essa ha di più vivo e vitale e sostanziale e non più cancellabile della storia degli uomini: il pensiero e il diritto a pensare. L' opera dell'Evola, oltre il significato che le viene dal suo contenuto fortemente pensato e con la più grande dottrina costrutto, per la simpatica risolutezza dei suoi sviluppi dialettici fino alle estreme conclusioni, per la nobiltà grande che il suo aspro travaglio spirituale dà a queste conclusioni, ha quello d'un richiamo fatto a tutti i consapevoli, che nella vita moderna il pensiero, come è la prima forza, deve costituire la prima gerarchia e il primo diritto, purché sia inteso come il primo dovere. E del resto il pensiero, se non è inteso come dovere non è vero pensiero. Bisogna pensare, e quanto più chiaramente è possibile e quanto più profondamente è possibile, risolvendoci del tutto nel nostro pensiero: ecco il primo comandamento ed ecco la salvezza nostra e dell'umanità. Il fascismo è uno sforzo per una superiore struttura sociale e politica, veramente una rivoluzione in atto, in quanto si basi sul pensiero nuovo, capace di distruggere alla sua fiamma ogni ostilità che venga da pensieri non viventi; non forze vive di pensiero, sibbene etichette e maschere e infingimenti di particolari interessi, o, se pure pensieri, pensieri fossili, detriti del fiume della vita e della storia, trascinati a sedimentare nell'anima del nostro secolo. Ma se il nuovo pensiero, che ha in sé la sua giustificazione e la sua verità, è il principio del fascismo. costituitosi in stato etico, non è a parlare di restaurazione cristiana, che non sia in quel senso in cui l'intende il Gentile, come lievito cioè filosofico, e tanto meno cattolica. Per la contraddizion che nol consente, non si può affermare la libertà di pensiero, che implica il concepimento immanentistico di Dio, e nello stesso tempo idoleggiare la restaurazione dello spirito cattolico, che implica il concepimento di Dio trascendente, storicamente rivelantesi e con un depositario logicamente infallibile della sua volontà. E se il fascismo vuole restaurare la sovranità assoluta dello Stato, non può attingerne altronde il diritto che nella assoluta autonomia e autorità della ragione, nell'assoluta immanenza di Dio. Ogni minima concessione al vecchio pensiero, oltre tutte le contingenze della politica, non potrebbe che far risvegliare i vecchi sogni teocratici, con grave pregiudizio delle stesse fondamenta del nuovo Stato, oltreché della stessa futura sintesi religiosa, sorgente dalla nuova mentalità, verso cui l'anima umana pare avviarsi. E dell'anelito di quest'anima J. Evola è un'eco piena di fascino, una incarnazione vitale e ricca di promesse e di speranza.

Leonardo Grassi


[1] V. «Il Messaggero siciliano». Caltagirone. An. ll. n. 21, novembre 1922

[2] V. «Lavoro d'Italia», pag. 3, 11 aprile 1928.

[3] V. «Sicilia Nuova». 19-20 maggio 1926, Palermo.

[4] V. «Vita Nova». Fascicoli 2, 5, 7 e 8, Anno IlI.

 


 


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